I locali storici di Roma

Roma è una nostalgia. Non ogni Roma, ma una certa Roma sì, è una nostalgia. Lo si capisce dal numero imponente di pubblicazioni che hanno avuto luce in questi anni e celebrano una città al culmine della sua vivacità culturale, tra gli Anni Cinquanta e Settanta. Basti pensare a un libro bellissimo come Addio a Roma di Sandra Petrignani, che ci racconta il fermento artistico di quegli anni, le mostre di Picasso organizzate da Palma Bucarelli, storica direttrice della Galleria D’Arte Moderna.

Ma non è il solo, c’è anche l’eccentrico Stefano Malatesta con Roma quando era un paradiso, ricordo mitico e ironico insieme, se possibile, di una città cinematografara, e poi ancora certe atmosfere dell’ultimo romanzo di Valentino Zeichen, La Sumera o le ascese e le cadute delle utopie di una città e di una generazione in Via Ripetta 155 di Clara Sereni. E così via, la lista è lunga. La nostalgia non è rivolta solo a una Roma che non dava ancora del tutto a vedere gli effetti di quel sacco edilizio ora così evidente, è anche una nostalgia dei luoghi di incontro della città. Erano i caffè, i ristoranti, gli spazi culturali in cui artisti, intellettuali, ma non solo, si incontravano e confrontavano.

Luoghi che a volte esistono ancora, ma sono spesso meta di turismo, più che del vivace scambio di un tempo. “Non esistono più luoghi di incontro” osserva Dacia Maraini, che di quegli anni in cui a Roma c’era davvero la “Grande bellezza”, è stata una protagonista. “Oggi gli intellettuali si incontrano velocemente, ai festival”. Raffaele La Capria, lo scrittore cui Paolo Sorrentino si è ispirato per il suo fortunato film, pensa al “ponentino che non c’è più” come a una metafora. Ed è una mappa di luoghi memorabili quella che si può tracciare nel centro della città e in alcuni altri quartieri. Non solo via Veneto e la Dolce Vita, certo, ma da quell’arteria celebrata da Fellini non si può prescindere. Qui i famosi Cafè de Paris, oggi definitivamente chiuso dopo diverse vicissitudini, e il tuttora attivo Caffè Doney, ma anche il Caffè Strega, spazi che hanno visto le grandi stelle del cinema, della musica, sedute ai loro tavolini, a parlare di grandi progetti e di niente, dando vita a quel “teatro” di cui parla la targa commemorativa di Federico Fellini.

A fare la storia della via anche i rinomati hotel, il Flora, il Palace (oggi non più un albergo), il Majestic, e soprattutto l’Excelsior. Questo hotel, realizzato tra il 1905 e il 1908 su progetto di Otto Maraini, era considerato il più parigino tra gli alberghi romani, per il suo stile liberty. Lo caratterizza, rendendolo unico, una cupola maestosa. Di esso scrisse Henry James e fu frequentato dai maggiori astri del cinema hollywoodiano. La sua storia è resa ancor più interessante anche dai misteriosi incontri che vi sono avvenuti. Molto si è scritto infatti sugli appuntamenti del cosiddetto venerabile della P2, Licio Gelli, con gli uomini di potere, negli anni più caldi del terrorismo politico. Si diceva però che Roma non è solo via Veneto. Moltissimo, in effetti, accadeva anche a Piazza del Popolo, dove Ancora oggi è possibile trovare il Bar Rosati da un lato della piazza e il Caffè Canova dall’altro.

Questi due locali hanno ospitato per anni l’intellighenzia artistica romana. Al Bar Rosati si vedevano, senza darsi nemmeno appuntamento, Pasolini, Moravia, Elsa Morante, Italo Calvino e tutti gli altri, attori, sceneggiatori, registi, molti pittori, come Schifano, Angeli, Festa. Qui, come negli altri caffè romani, nascevano idee e progetti, qui Ennio Flaiano e Marino Mazzacurati inventavano i loro soprannomi al vetriolo (uno per tutti: Cafone il Censore). Era la “società della conversazione”, della quale facevano parte non soltanto i grandi nomi, ma anche artisti minori e molto poveri, che però davano il loro contributo alla vitalità culturale della città. Il Caffè Canova era frequentato soprattutto dai giornalisti, ma vi si vedeva comparire anche Fellini. Erano questi i maggiori laboratori artistici.

Poco più avanti si raggiungevano il Notegen, il Museo Atelier Canova Tadolini, ma anche quello che era un punto di riferimento per molti artisti: la libreria Ferro di Cavallo di Agnese De Donato – scomparsa recentissimamente – che aiutava tanti giovani innamorati della cultura. A mangiare si andava in ristoranti come La Campana, uno dei locali più antichi di Roma, oppure da Giggetto, al ghetto, o ancora nel ristorante toscano Mario, in via della vite, o da Augustea, vicino a piazza Augusto imperatore, locale molto amato dagli artisti quando era abbordabile, tra le stelle vi andavano la Bergman e Visconti, ma anche i politici e persino i re in visita a Roma. Il più antico tra tutti i locali storici romani, insieme alla Campana, è il settecentesco Caffè Greco, secondo solo al Florian di Venezia. Qui oltre a Pasolini, che ha reso famoso con Accattone anche il bar Necci del Pigneto, si sono incontrati nei decenni artisti di tutto il mondo da Goethe a Wagner a Grieg, da Liszt a Stendhal, da Gogol a Schopenhauer, solo per citarne qualcuno.

Famosa è la foto che al Caffè Greco ritrae insieme: Goffredo Petrassi, Mirko, Pericle Fazzini, Mario Soldati, Mafai, Carlo Levi, Afro, Renzo Vespignani, Vitaliano Brancati, Sandro Penna, Lea Padovani, Orson Welles, Orfeo Tamburi, Ennio Flaiano, Libero De Libero, Aldo Palazzeschi. A Piazza di Spagna, da quattro generazioni, c’è un altro locale imperdibile, la sala da the Babington’s, con il suo caratteristico logo, il gatto nero, a memoria di un gatto che viveva lì a piazza di Spagna e che le cameriere avevano adottato e chiamato Mascherino. E poi c’erano gallerie come la Tartaruga, teatri di cantina come il Beat ’72, la Maddalena, il Teatro dei 101.

Roma era uno spazio aperto di dibattito, di scambio. Nei salotti di Elsa De’ Giorgi si ritrovavano le menti migliori dell’epoca, senza dimenticare inoltre il salotto di Luisa Spagnoli, nipote della fondatrice della Perugina: da lei trovavano ricetto tutti gli artisti, anche i più poveri, per i quali la sua casa era sempre aperta. Oggi di quel mondo, di questi locali, resta poco, poco dell’atmosfera soprattutto, poco di quel senso di libertà. Sotto le ceneri di un glorioso passato, si sente però ardere, ancora timido, ma costante, un nuovo fermento, fatto di piccole e grandi manifestazioni in favore dell’editoria, fatto, soprattutto, delle librerie indipendenti, che stanno diventando i nuovi luoghi di incontro della Capitale, spazi in cui sempre più spesso si organizzano eventi, presentazioni, spazi che accostano alla cultura intellettuale e all’arte la gastronomia. Forse sono proprio questi i nuovi caffè, forse presto diventeranno le nuove oasi di creatività, ideali per chi voglia tornare a vivacizzare il dibattito di un Paese che di confronto e crescita ha bisogno più che mai.

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Di: Eugenio Murrali